La Parola di oggi e il commento al Vangelo

Questa sezione presenta quotidianamente il Vangelo del Giorno accompagnato da una riflessione, insieme all'antifona e al Salmo corrispondente, che in alcuni particolari periodi dell’anno liturgico potranno essere musicati e cantati. Ogni giorno potrai vivere la Parola, leggerne il commento e scaricare tutto in formato PDF dalla sezione sinistra del sito.

Domenica 21 dicembre 2014

Parola del giorno
Secondo libro di Samuèle 7,1-5.8b-12.14a.16; Salmo 88,2-5.27.29; Lettera ai Romani 16,25-27; Vangelo di Luca 1,26-38

Antifona e Salmo 88,2-3.4-5.27.29

Canterò per sempre l’amore del Signore.

2 Canterò in eterno l’amore del Signore,
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
3
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».

4 «Ho stretto un’alleanza con il mio eletto,
ho giurato a Davide, mio servo.
5
Stabilirò per sempre la tua discendenza,
di generazione in generazione edificherò il tuo trono».

27 «Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza”.
29
Gli conserverò sempre il mio amore,
la mia alleanza gli sarà fedele».

Ascolta l'antifona

Vangelo di Luca 1,26-38

26 In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
29 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
34 Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37 nulla è impossibile a Dio».
38 Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Il saluto

Nella piccola casa di Nazareth il cielo e la terra si incontrano e si salutano in un abbraccio sublime tanto preparato quanto atteso e silenzioso. L’angelo Gabriele saluta Maria, ma non è solo un saluto, è una rivelazione, una delle più importanti rivelazioni della storia. Chàire, il saluto dell’angelo, è una rivelazione celeste dell’identità regale di Maria, della nobiltà divina di quella giovane donna di Nazareth.
Nella piccola casa di Nazareth il saluto dell’angelo Gabriele, a noi giunto come chàire attraverso il testo greco del vangelo, è certamente risuonato nel cuore di Maria col suono familiare della sua lingua, l’aramaico galilaico. Di questa lingua, ormai perduta, a noi resta una notevole traccia nell’aramaico-siriaco antico della Peshitta. Il saluto dell’angelo è arrivato senz’altro familiare a Maria anche per un altro motivo, infatti queste stesse parole si trovano nel testo ebraico del profeta Sofonia: Rallegrati, figlia di Sion; il Signore è con te e prende in te la sua dimora (Sofonia 3,14-17). Che Maria fosse una profonda conoscitrice delle sacre Scritture lo si deduce facilmente dal canto del Magnificat tutto intessuto di termini e formule verbali appartenenti all’Antico Testamento. Per comprendere dunque il vero senso del saluto angelico, o almeno cercare di avvicinarsi alla radice profonda del suo significato, è necessario incamminarsi verso il formidabile incrocio di culture, mentalità e spiritualità delle tre lingue che questo saluto ha attraversato: aramaico, ebraico e greco. Il saluto della profezia di Sofonia, rannì in ebraico, è tradotto nel greco con chàire e in aramaico con shavàch. In greco chàire è la forma usuale di saluto fin dai tempi antichi. Ma non è un semplice saluto come spesso noi intendiamo in Occidente, non è cioè un augurio. Il saluto nella cultura orientale semitica era l’avverarsi, nell’istante in cui veniva proferita la parola, di un dono concreto, di una forza, era il concretizzarsi di un’energia intenzionale che doveva avvolgere la persona oggetto del saluto. Quel chàire – imperativo del verbo chàiro, “gioisco, mi rallegro, prendo piacere”, la cui radice appartiene a una famiglia di vocaboli che significano “grazia, carità, carisma” – esprime “onore, ossequio, adorazione, gloria, dono e offerta di pace” rivolti verso qualcuno. Non è solo un saluto, non è un augurio di allegrezza futura, è un inchino, l’imposizione e la riverenza di un onore imperiale.
San Girolamo tradusse chàire con il latino ave, “che tu possa ricevere salute, salvezza”. San Girolamo era ben consapevole dell’eco che una parola come ave poteva avere nella memoria collettiva, essendo stato il saluto imperiale romano più popolare per secoli e secoli. La formula chàire, che comunemente i traduttori rendono con “rallegrati, esulta”, nella Settanta compare seguita da una virgola solo in Sofonia 3,14 – si presenta cioè come imperativo di seconda persona singolare isolato in se stesso –, infatti in Zaccaria 9,9 – altro versetto biblico in cui è riportata questa formula – è scritto chàire sfodra, “esulta grandemente”: qui ha senso la traduzione di chàire con un “rallegrati”, poiché quel “grandemente” sarebbe un avverbio privo di verbo da specificare. A questo punto è molto illuminante la versione aramaica di Sofonia 3,14, in cui chàire è trasposto con il verbo siriaco shavàch, appartenente all’ambito semantico dell’onore. Infatti il suo significato è “onore a te, sei onorata, sei glorificata, gloria a te”. Quindi nella lingua di Maria, l’aramaico, il saluto ripreso dalla profezia di Sofonia, con cui l’angelo si è presentato, prevedeva uno shavàch, che all’imperativo era come dire: “onore a te”. Nel Nuovo Testamento si incontra chàire in altri quattro punti in cui sarebbe assolutamente fuori luogo e scorretto tradurlo con “rallegrati, giosci” o “esulta”: quando Giuda bacia Gesù (Matteo 26,49: E subito si avvicinò a Gesù e disse: Chàire, Rabbì! E lo baciò), quando Gesù viene incoronato di spine (Matteo 27,29: E, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: Chàire, re dei Giudei), quando i soldati scherniscono Gesù (Marco 15,18: Cominciarono poi a salutarlo: Chàire, re dei Giudei; Giovanni 19,3: Chàire, re dei Giudei! E gli davano schiaffi). Nelle ore oscure della passione la divina regalità di Gesù viene umiliata e derisa dal bacio del traditore Giuda e oltraggiata dai soldati che rivestono Gesù di porpora come un re, che come a un re gli pongono in mano il  bastone del comando, dopo aver usato lo stesso bastone per picchiarlo a sangue sul volto e sul capo, che come un re lo incoronano ma di una corona di spine. E, come accade spesso sotto la tentazione e l’inganno di Satana, l’uomo, in questo caso i soldati, anche se in modo paradossale e inconscio, non possono che dire e affermare la verità: anche nell’oltraggio più umiliante e nel disprezzo più violento Gesù viene salutato con chàire, “onore a te”, viene salutato con il saluto dei re e degli imperatori, perché lui è il Re.
Nel chàire dell’angelo Gabriele l’onore rivolto ha un carattere tutto speciale, è un onore che porta in sé due termini ben precisi: charà e chàris, rispettivamente “piacere” e “grazia”, radici nascenti dall’area semantica accadica che implicano “amante, amare, compiacimento”. Onore e compiacimento amante in quel saluto perché, nell’istante in cui si compiono le profezie, lo Spirito Santo adombra con amore Maria e in lei prende dimora. Ossequio e amore sono i due cardini dell’Annunciazione di Maria, i due cardini che realizzano l’Incarnazione del Figlio, il Dio-con-noi, l’Emmanuele. L’angelo Gabriele, nome che significa “la forza e la potenza di Dio”, si avvicina a Maria come messaggero dell’evento più straordinario della storia umana, l’Incarnazione di Gesù, e saluta Maria, la giovanissima Maria, come si saluta un’imperatrice, con l’onore e la grazia con cui si saluta una regina, la Regina. Gabriele arcangelo sa qualcosa che nessun uomo ancora sa, sa bene che colei che ha davanti, colei che sta salutando e incontrando in quella umile casa di Nazareth è la madre del suo Signore, e in questo è già l’Imperatrice, la Regina del cielo e della terra. In quell’istante l’arcangelo Gabriele, colui che dice di sé: Io sono Gabriele che sto davanti a Dio (Luca 1,19), sa già perfettamente che si sta inchinando dolcemente e che sta offrendo sacro onore alla Regina, alla sua Regina.

Nota per il lettore
La riflessione Il saluto è stata tratta dall’opera Shiloh, di Paolo Spoladore, Usiogope, Venezia, 2009, pp. 72-75. Chàire è il titolo del brano contenuto nella stessa opera.

 

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