La Parola di oggi e il commento al Vangelo

Questa sezione presenta quotidianamente il Vangelo del Giorno accompagnato da una riflessione, insieme all'antifona e al Salmo corrispondente, che in alcuni particolari periodi dell’anno liturgico potranno essere musicati e cantati. Ogni giorno potrai vivere la Parola, leggerne il commento e scaricare tutto in formato PDF dalla sezione sinistra del sito.

Martedì 31 Maggio 2016

Parola del giorno
Sofonìa 3,14-17; oppure: Lettera ai Romani 12,9-16b; Salmo: Isaìa 12,2-6; Vangelo di Luca 1,39-56

Antifona e Salmo 12,2-6

Grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.

2 Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.

3 Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza.
4 Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere,
fate ricordare che il suo nome è sublime.

5 Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
6 Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.

Vangelo di Luca 1,39-56

39 In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44 Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
46 Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49 Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
50 di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53 ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
54 Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
55 come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Canto

Queste le parole con cui Maria, la Grande Madre canta, glorifica, loda Dio e, al tempo stesso, rivela all’umanità il volto di Dio, il Potente, il Santo, il Forte e la sua azione. Parole dolcissime e rassicuranti per coloro che, nella storia, hanno scelto di agire secondo il desiderio di Dio, parole pesantissime e terribili per coloro che, nella storia, hanno scelto di agire secondo i desideri del Maligno.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre.

Ha compiuto [greco: epòiesen] in me cose grandi [greco: megàla]. Epòiesen, aoristo di poièo. Il verbo poièo significa “creo, procuro, faccio; fabbrico, produco, realizzo, compio, eseguo, opero, agisco”. Dall’accadico pachu, “finire, eseguire un lavoro”, corrisponde al fàcio latino con il senso di “eseguo, concludo, finisco, fisso”. Megàla, “grandezze, magnificenze, potenze”, – dai termini sumerici mach, “molto potente”, e gal, “grande”, che riflettono la base accadica magal, “molto, grandemente” –, è il neutro plurale dell’aggettivo mègas, “grande, ampio, esteso, numeroso, prodigioso, mirabile, importante, perfetto”. In aramaico il termine è rawrvo, “grande, nobile, notabile, meraviglioso”, dalla radice rvv/rbb, “diventare grande, aumentare”, da cui il sostantivo e aggettivo rabbò, “grande, nobile notabile; maestro, capo, capitano”. Torna qui il tempo aoristo, che denomina sia le opere escatologiche, sia quelle storiche, sia l’atteggiamento costante di Dio.

Il Potente [greco: ho Dynatòs]. In greco dynatòs è un aggettivo deverbativo da dýnamai, “posso, ho potere, sono capace di, mi è lecito”, e significa “potente, influente, ricco, forte, capace”. È interessante il sostrato semitico di questa parola, poiché in ebraico Shaddày, “Potentissimo, Onnipotente” è uno degli attributi di Dio, il terzo termine con cui Maria descrive Dio. In aramaico questa potenza si traduce con l’aggettivo chàylthon, “forte, potente, robusto”. La radice chyl si riferisce alla forza e al coraggio anche in termini di combattimento, guerra, lotta. Indica il potere e la forza terribile dello Spirito, la forza di tutte le forze, la potenza più potente che combatte ogni male.

E santo [greco: hàghion] il nome [greco: to ònoma] di lui. Hàgios, aggettivo neutro, deverbativo da àzomai, “rispetto, venero, ho sacro onore, ho sacro timore di, mi inchino”, significa “santo per essenza, integro, dedicato, ordinato all’integrità”, il quarto nome di Dio secondo il cuore di Maria. L’origine etimologica è da ricercarsi nell’accadico shagu, shangu, “sacerdote”, – shaqu vuol dire “alto” – che si collega al sumerico sag, “alto, eccelso, santo”, termine sempre riferito alla divinità. In ebraico “essere santo, sacro, consacrato; diventare cosa sacra” è espresso dalla radice qdsh e in aramaico dal verbo qaddèsh, “santificare, consacrare”. Il termine greco ònoma –  riscontrato anche nel sanscrito naman – è il “nome”, l’identità profonda, cioè la causa dell’esistere, il senso e la direzione della propria vita, il motivo, la ragione. La parola nome si traduce in ebraico con shem, in aramaico con shmo.

E la misericordia [greco: èleos] di lui per generazioni e generazioni. Èleos trae il suo significato da “ciò che taglia, lacera l’animo” – èleos è nel linguaggio epico “desco, tagliere, mensa” –, da cui “misericordia, compassione”. Vocabolo che etimologicamente deriva da un’antica base semitica con il senso di levare un grido, un grido dalle viscere pieno di amore. Corrisponde all’ebraico chesèd, che è appunto uno degli attributi di Dio. Chesèd è “amore, favore, grazia, benignità”, chesèd è il modo viscerale con cui Dio ama: nella bibbia è tradotto sia con “compassione, tenero affetto, misericordia”, sia con “fedeltà, profonda commozione, gesti di meravigliosa bontà”. Èleos non è la pietà, ma il favore senza calcolo, la grazia della benevolenza riversata senza limiti. Èleos indica il costante atteggiamento divino che non compatisce l’uomo, ma lo ama totalmente, lo favorisce in tutto sempre, indipendentemente dalla risposta e dalla situazione. Èleos è la misericordia di Dio.

Ai tementi [greco: phoboumènois] lui. Phoboumènois, participio di phobèomai – passivo di phobèo –, “ho timore, paura, sono spaventato; sono messo in fuga, sono atterrito; riverisco”. Il sostantivo phòbos deriva da una radice che indica “fuga” e, nel suo significato corrente, “timore, paura, spavento, atterrimento”. L’ebraico traduce phobèo con la radice yr’, “temere, riverire”, nel senso di riverire una cosa ammirabile, magnifica, miracolosa a tal punto da incutere un tremendo stupore per la sua magnificenza. La magnificenza di Dio non deve mai incutere paura, Dio non lo vuole, non lo ha mai voluto. La grandezza e la potenza di Dio possono far vibrare il nostro cuore e le nostre fibre di carne di un sacro reverenziale timore e meraviglioso stupore, di un insuperabile tremore pacifico e amante, non di paura.  

Ha fatto forza [greco: epòpoiesen kràtos]. Questa espressione compare solo qui. Il verbo poièo significa “creo, procuro, faccio, apparecchio; fabbrico, produco, realizzo, compio; eseguo, opero, agisco”. Dall’accadico pachu, “finire, eseguire un lavoro”, unito al sostantivo kràtos, che significa “potere, forza, vigore, potenza”, dall’antica radice qar, “essere duro, forte, potente”.

Con il braccio [greco: en brachìoni] di lui. En, preposizione che in origine significava “in, dentro a, all’interno”. Può significare anche “con, mediante, per, in forza di, insieme a”. Spesso ha valore strumentale “con, per mezzo di”. Brachìon non significa solo “braccio”, ma anche “forza, potenza”, in quanto la lingua accadica nel sostantivo berku, “ginocchio”, sottende anche l’accezione di “potenza”.

Ha disperso [greco: dieskòrpisen] superbi [greco: hyperephànous]. Dieskòrpisen, aoristo di diaskorpìzo, “dissemino, spargo; disperdo; sperpero, dissipo, dilapido”. Verbo formato dalla preposizione dia, “in diverse direzioni, discordemente, da cima a fondo”, e dal verbo skorpìzo, “dissipo, disperdo, do senza misura, largheggio”. Hyperephànous, “che appare in alto, orgoglioso”, è aggettivo plurale che prende origine dalla preposizione hypèr, “su, sopra”, unita al verbo phàino, “mostro, appaio”. Sono coloro che nella loro superbia progettano di cancellare Dio per mettersi al suo posto nel cuore e nella mente dei popoli.
Nel tessuto sociale della storia dell’uomo, i superbi, le menti superbe, sono i seminatori di idolatria per eccellenza. La macchinazione della loro mente, protesa a raggiungere e ostentare magnificenza e potere, li conduce a porre loro stessi al posto di Dio, considerando e vivendo ciò che è reale come fosse irreale, e ciò che è irreale come fosse reale.      

Nel piano [greco: diànoia] del cuore [greco: kardìas] di loro. Diànoia, “intelletto, intelligenza, mente, modo di pensare, di valutare”, è un sostantivo deverbativo da dianoèomai, “penso, medito, rifletto, credo”, a sua volta composto da dià, “attraverso, mediante, per mezzo di”, e noèo, “percepisco, intendo, comprendo”. Noèo è denominativo di nòus, “intelligenza, modo di intendere, di giudicare, di comprendere”. Diànoia etimologicamente significa quindi “attraverso il pensiero, la mente”. Kardìa, “parte centrale, pensiero, espressione della vita intellettiva e spirituale”, deriva dall’accadico karshu, “organo interno” in particolare “cuore”, ma anche “intelligenza, animo, mente”. Il cuore per il mondo semitico è la sede della ragione, mentre le viscere sono la sede della misericordia, dell’emozione amante. Il cuore, centro dell’attività spirituale cosciente e volitiva dell’intera persona, è la sede del dialogo interiore, dove si architetta ogni progetto, ogni proposito. I superbi non sono semplicemente superbi nell’anima e nella mente, ma sono architetti di progetti e desideri interiori ben precisi protesi al rigonfiamento del proprio ego. I desideri del loro cuore sono macchinazioni con un unico obiettivo, dominare. E lo perseguono cercando di raggiungere obiettivi imponenti, di avere tutto sotto controllo, di essere continuamente i più importanti e ai primi posti nel contesto sociale. Queste macchinazioni producono enormi bacini di sofferenza e ingiustizia, conflitti e schiavitù. L’energia dell’amore di Dio disperde questi piani nella loro stessa essenza e ne mostra la totale inefficienza e inutilità e lo fa partendo dalla sede stessa di queste macchinazioni, il cuore. Il cuore è il luogo, il posto dove si fanno i piani: il cuore, in ebraico lev. Nel testo aramaico si legge: disperse i gonfi di orgoglio nell’immaginazione [intento/proposito] del loro cuore [mente/razionalità pensante]. Dovunque scorre e vive l’energia dell’amore di Dio, la superbia è vinta, è inutile e inutilizzabile.

Ha rovesciato [greco: kathèilen]. Il verbo kathairèo, formato da katà, “giù, verso il basso”, e airèo, “afferro, prendo, porto via”, originariamente “stringo al laccio o all’amo” – l’accadico charu significa “prendere” –, ha il significato di “faccio scendere, demolisco, rovescio”. In Peshitta, la versione aramaica dei vangeli, è usato il verbo sachàf, “rovesciare, abbattere, demolire, distruggere”, lo stesso usato per descrivere l’azione di Gesù, quando caccia i cambiavalute dal tempio, ne “rovescia” i tavoli.

Potenti [greco: dynàstas] da troni. I dynàstes sono i principi, i signori, sono i funzionari, i ministri. Sono coloro che usano la potenza e la prepotenza umana per rendere schiavo e sottomettere l’uomo e si oppongono alla potenza e alla novità dello Spirito, alla grazia della bellezza, alla legge dell’armonia. L’accadico dunnunu è “forte, saldo, potente”, il sumerico du-u è “essere forte”.

Ha innalzato [greco: hýpsosen]. Aoristo attivo di hypsòo, “elevo, innalzo”, denominativo di hýpsos, “altezza”. La Settanta traduce: “gli abbassati ha collocato in altezza”. Qui meglio si capisce che gli innalzati e gli abbassati non sono categorie diverse, sono la stessa persona. Il luogo alto – che il testo greco traduce con il verbo “innalzare” – è una parola molto simile a superbia, anzi in ebraico i termini coincidono, perché il confine è molto sottile. I superbi, secondo l’architettura dei loro piani e dei loro desideri, sospinti dalla pressione della loro insanabile ambizione e sete di dominio, sono saliti in alto da soli, creando gli “abbassati”, mentre “gli innalzati” sono coloro che sono stati collocati lì in alto e nella gloria dall’architettura dei piani e dei desideri di Dio per la loro umiltà. 

Umili [greco: tapeinòus]. Il tapèinos è l’umile, il modesto, il piccolo. È un vocabolo connesso con la radice sanscrita khan, “scavare”. È lo scavato dalle mancanze. Mancanza di sicurezza, di denaro, di conoscenza e capacità. Tapeinòs è lo scavato dalla sfiducia in se stesso, dalla paura di non essere compreso e considerato, dalla paura di non riuscire in nulla. Collegato etimologicamente con altri due vocaboli, tàphos, “tomba, sepolcro”, e thàpto, “seppellisco”, tapeinòs ha come significato originario “sommerso”. I tapeinòi sono di due tipologie. Ci sono i tapeinòs per scelta di amore, sono coloro che per servire il nome del Signore si affidano completamente alla potenza di Dio e non scendono a compromessi con nessuna forma di potere e ingiustizia, di competizione e possesso. Costoro sono i tapeinòi delle Beatitudini evangeliche, coraggiosi, felici anche nella persecuzione, indomabili nei desideri e nella fede, mai sottomessi, mai rassegnati. Sono coloro che in nome del vangelo e della verità, nella persecuzione e nell’ottusità del mondo, possono essere ridotti a vivere come gli scavati nella mancanza, ma restano fieri e felici. Ne è uno splendido esempio la vita di san Paolo, quando lui stesso ci racconta l’esperienza del tapeinòs in nome dell’amore e di Gesù: Nessuno mi consideri un pazzo; se no ritenetemi pure come pazzo, affinché mi possa anch’io vantare un po’. Ciò che dico in questa mia pazzia di vanto, non lo dico secondo il Signore, ma nella follia. Poiché molti si vantano secondo la carne, anch’io mi vanterò. Voi infatti, che siete sapienti, sopportate volentieri gli insensati. Ora voi sopportate, se qualcuno vi rende schiavi, se qualcuno vi divora, se qualcuno vi deruba, se qualcuno si insuperbisce, se qualcuno vi percuote in faccia. Lo dico con vergogna, come se noi fossimo stati deboli; eppure, in qualunque cosa uno è audace, lo dico nella pazzia, sono audace anch’io. Sono essi Ebrei? Lo sono anch’io. Sono essi Israeliti? Lo sono anch’io. Sono essi progenie di Abramo? Lo sono anch’io. Sono essi ministri di Cristo? Parlo da pazzo, io lo sono più di loro; nelle fatiche molto di più, nelle battiture grandemente di più, molto più nelle prigionie e spesso in pericolo di morte. Dai Giudei ho ricevuto cinque volte quaranta sferzate meno una. Tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte sull’abisso del mare. Sono stato spesse volte in viaggio fra pericoli di fiumi, pericoli di ladroni, pericoli da parte dei miei connazionali, pericoli da parte dei pagani, pericoli in città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli tra falsi fratelli, nella fatica e nel travaglio, sovente nelle veglie, nella fame e nella sete, spesse volte in digiuni, nel freddo e nella nudità. E oltre a tutto il mio peso quotidiano per la preoccupazione di tutte le chiese (2Corinzi 11,16-28). Ci sono invece i tapeinòi, gli scavati per debolezza, per sottomissione, per ignoranza, pigrizia e paura. Sono i tapeinòi rifiuto dell’abbuffata dei poteri forti, scarto del mondo della competizione, scoria del macello protratto nell’ingiustizia e nella guerra. Sono i tapeinòi che si sono lasciati svuotare di ogni fede in Dio e ispirazione, di ogni benessere e amore, di pace e onore.

Affamati [greco: Peinòntas]. Peinòntas è participio di peinào, “sono affamato”, denominativo di pèina, “fame”. Etimologicamente è “mangiare con fame”, infatti la radice riporta a “cibo, pasto”. La Settanta traduce il termine “affamato” con l’unione di due sostantivi: nèfesh, “desiderante respirare”, e rechàv, “largo, ampio, spazioso”: si tratta di colui che ha fame dello spirito stesso, del respiro della vita. In questa parola tutto il vuoto scavato nel cuore dei popoli a causa della fame, della mancanza di ogni bene e benessere, in questa parola tutta la magnificenza e la forza attiva del desiderio di un cuore che, affamato di Dio e dei desideri di Dio, è capace di sostenere, determinare, modificare completamente la vita.

Ha riempito [greco: enèplesen] di beni. Il verbo enpìmplemi, “riempire, saziare”, è formato dalla preposizione en, “in, dentro, sopra, in mezzo, fra”, e dal verbo pìmplemi, “imbevo, intrido, compio, mi adempio”, che a sua volta deriva etimologicamente dalla radice greca ple-, calcata su voci semitiche con il significato di “compiere, riempire”; l’ebraico paràch significa infatti “produrre abbondanza, prosperare, essere fertile, fruttifero, germogliare”. Enpìmplemi è il lavoro preferito di Dio Spirito Paraclito, riempire di doni, di bellezza, di beni e amore le creature e i figli di Dio. Riempire di beni la vita dell’uomo è il desiderio di Dio, ma l’uomo non può godere di tanta bellezza e  grazia senza rovesciare il suo modo di pensare così superbo, sempre in conflitto e in tensione.

E ricchi [greco: ploutòuntas]. I ploutòuntes, cioè “i ricchi”, non sono propriamente i plousìoi, “i molto ricchi”, quanto piuttosto quelli che mirano alla ricchezza, che organizzano la propria vita per raggiungere la ricchezza personale a scapito del benessere di tutti. È un orientamento della loro vita, infatti ploutòuntes non è un sostantivo, ma il participio di ploutèo, “sono ricco, mi arricchisco, divengo ricco”. Il senso del verbo nelle concordanze è “spingere da se stessi verso un’altra direzione”.

Ha mandato via [greco: exapèsteilen]. Verbo exapostèllo, formato dalla preposizione ek, “fuori da, via da, per opera, per mano di”, più la preposizione apò, “via, da parte, lontano, indietro”, e il verbo stèllo, “pongo in ordine, armo, adorno, mi tengo lontano, evito”, con il significato di “invio, rimando, rinvio”.

A mani vuote [greco: kenòus]. L’aggettivo kenòs deriva dall’accadico qinnu, “cavità”, “cavità del nido, cavo di una tana”, stessa base della parola accadica qanu, “canna”; il sumerico kannu significa “recipiente”. Il verbo collegato è kenòo, “rendo vuoto, privo della forza, rendo inutile, anniento”, da cui appunto kenòs, “vano, inutile, sterile, senza fondamento, vuoto, a mani vuote”. I superbi, i potenti, i ricchi sono in conflitto con tutti e desiderano innalzare solo se stessi, per i loro scopi usano il desiderio della forza, della potenza. Dio nella legge dell’amore, con cui tutto ha creato e disposto alla vita, ha già reso perfettamente inutile e sterile ogni loro proposito. Anche se al nostro sguardo superficiale non è così, questo sta accadendo già. I ricchi, ricchi solo per se stessi, sono i veri e unici scavati della storia dell’umanità. Gli umili, i desideranti il bene, gli affamati di vita vera e della vera ricchezza sono già da ora da Dio ricolmati di tutti i beni possibili e innalzati sopra ogni altro uomo.

Sostiene [greco: antelàbeto]. Antelàbeto è l’indicativo aoristo medio di antilambàno, “afferro con forza e vigore, ghermisco”, ma anche “mi prendo cura, soccorro, prendo sottobraccio, sostengo”. Riferito a Dio, nella storia biblica ha il significato di sostenere con forza invincibile, prendersi cura per scelta di predilezione, per decisione irrevocabile.

Israele servo [greco: paidòs] di lui. Il termine pàis significa “piccolo, figlio, schiavo”, semanticamente affine al latino pùer, “fanciullo, bambino, servo”. L’antico accadico par’um traduce “rampollo, discendente”, il sumerico pesh, “germoglio, fresco, giovane, nuovo”.

Per ricordarsi [greco: mnesthènai] della misericordia. Mnesthènai, infinito aoristo deponente da mimnèskomai, “mi ricordo, mi rammento, volgo la mente, volgo il pensiero, mi occupo, mi prendo cura”. Descrive il palpito del cuore di Dio per l’uomo, palpito sempre presente, coerente, attivo, fedele, certo, puntuale, attento, amante, favorevole. In Dio non c’è inizio, non c’è fine, non c’è tempo, non c’è prima e dopo, c’è solo adesso, ora, l’istante presente. Noi misuriamo la vita in tempo, stabiliamo inizio e fine, ma in realtà in questo modo il tempo diventa nella nostra mente una pericolosa, fuorviante, illusoria radice di tensione e sofferenza. Per ricordarsi non è in opposizione al fatto e alla possibilità che Dio si possa dimenticare di noi, ma sottolinea la perfetta e assoluta presenza amorosa di Dio sempre al presente, sempre in tutto e in tutti senza separazione, senza limiti e compromessi, senza pretese, senza tensione, senza controllo.

Come aveva parlato [greco: elàlesen]. Il verbo lalèo è onomatopeico. Làlle indicava il suono provocato dalle onde del mare sulla spiaggia. La radice semitica la’ag indica il parlare in modo inintelligibile del lattante, il mormorare preghiere, il cantilenare della ninna nanna. Sebbene sinonimo di lègo, “parlare”, lalèo è usato per descrivere anche l’emissione del suono di alcuni strumenti musicali. Dio quando parla all’uomo lo fa pe el pe – dice il testo ebraico della bibbia –, “bocca a bocca”, da sorgente a fonte, è il risuonare del cuore che si espande in comunicazione senza intermediari. 

Ai [greco: pros] padri di noi ad Abramo [greco: Abraàm]. Pros, preposizione con significato di “verso, rivolto a, conformemente a”. Abraàm, “Abramo”, è il capostipite di una nuova famiglia di uomini per la quale la terra di provenienza, la tribù, la famiglia, le tradizioni umane, i cordoni ombelicali non sono più il riferimento spirituale ed educativo, perché possono trasformarsi in idolo in un istante. Abramo, figlio di un artigiano che costruiva statuette degli avi e idoli, è il capostipite di una famiglia nuova di uomini che riconosce in Dio la sua unica appartenenza e nella sua Parola la sola autorità.

E alla discendenza [greco: to spèrmati] di lui. Spèrmati, genitivo di spèrma, “seme, semente; sopravvivenza, razza, discendenza”, deverbativo di spèiro, “semino, genero, produco, spargo”, – calcato su base semitica rappresentata dall’ebraico shèber, “chicco, grano” – dalla radice sper col significato di “separare e gettare fuori”. La linea del seme nella discendenza di Abramo è solo l’immagine, il segno del seme divino e immortale che Dio stesso ha seminato nei suoi figli, il seme dell’immortalità.

Per sempre [greco: aiòna]. Aiòn, “tempo, secolo, epoca, età, eternità, per sempre, realtà creata, tempo presente”. Indica la durata dell’essere per tutto il tempo, corrisponde al latino àevus, “tempo vita”. L’ebraico chày significa “vivo, vivente; vita”, dalla radice chyh, “vivere, restare in vita”. Aiòn chiude il cantico raccogliendo tutta la storia della salvezza, che in ogni promessa divina si realizza sempre e per sempre fedelmente, perfettamente. Sempre e per sempre senza tempo, senza tensione e fretta, pressione e conflitti, è il presente di Dio e raccoglie tutto ciò che Dio è, ama, compie e vive.

Nota per il lettore
La riflessione Canto è tratta dall’introduzione al brano musicale Megalynei Magnificat, contenuto nell’opera Shiloh, CD e libro, Paolo Spoladore, Ed. Usiogope, Venezia, 2009, pp. 105-116

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