Prossimo ... Al dottore

Prossimo

Al dottore della Legge che gli chiede cosa deve fare per ereditare la vita eterna, Gesù risponde di realizzare quello che è scritto nel cuore della Legge: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso. Alla domanda ulteriore del dottore della Legge: E chi è mio prossimo? Gesù risponde con una parabola di una preziosità assoluta, perché, attraverso questa parabola, Gesù non solo rivela chi è il prossimo dell’uomo ma anche in che modo deve realizzarsi l’aiuto reciproco per essere un aiuto veramente amante, efficace, libero, e liberante, un aiuto reciproco secondo la volontà e il desiderio di Dio e non secondo le convenzioni e convinzioni dell’uomo.     
Secondo le parole di Gesù il prossimo è l’uomo che, per qualche motivo, nel caso specifico della parabola a motivo della rapina subita dai briganti, si trova in difficoltà perché, improvvisamente, non ha i mezzi, le forze, le capacità di provvedere autonomamente al proprio sostentamento e all’organizzazione della propria vita. Secondo la parabola raccontata da Gesù, risalta evidente che l’aiuto che il Samaritano offre all’uomo colpito dai briganti è un aiuto che segue una procedura ben precisa, quasi vincolante.
Il Samaritano, per prima cosa, si fa vicino al suo prossimo incappato nei briganti, non fa finta di nulla, non passa dall’altro lato della strada, non passa oltre. Il Samaritano, poi, guarda al suo prossimo e non guarda ai propri impegni, alle proprie scadenze, guarda al suo prossimo e alla situazione in cui si trova e si commuove, perché in quel momento il suo prossimo, per le botte e il furto subito, non è più un uomo autosufficiente, autonomo, sano, libero, indipendente. Il Samaritano allora si avvicina e subito, immediatamente, senza tergiversare, discutere, argomentare, attendere, fascia le ferite e le disinfetta, versandovi olio e vino. Il Samaritano, poi, carica il suo prossimo sulla propria cavalcatura, e lo porta in un albergo e si prende cura di lui per tutta la notte. Al mattino del giorno dopo, il Samaritano, offrendo anche parte della propria energia economica, dispone, organizza e si assicura che l’aiuto al suo prossimo, che lui non può ultimare di persona, sia gestito da altri fino a situazione risolta. In questa breve parabola risulta evidente che il modo in cui Dio chiede agli uomini di offrire aiuto, sostegno e assistenza al prossimo in difficoltà è un aiuto dalle tre precisissime caratteristiche: tempestivo, appropriato, momentaneo.
Il Samaritano offre al suo prossimo caduto in mano ai briganti un aiuto tempestivo, appropriato e momentaneo. Il Samaritano non aspetta altro aiuto, non si mette a calcolare i suoi impegni, non apre discussioni, non si lancia in verifiche sociali, agisce in modo tempestivo. Il corpo umano sa, in presenza di una ferita, quanto sia indispensabile per la guarigione che il sistema immunitario, il sistema del ripristino, si attivi tempestivamente. Il Samaritano agisce in modo appropriato, versando olio sulle contusioni e vino sulle ferite, e trasportando il ferito in un luogo caldo, sicuro, pulito. Il Samaritano agisce in modo tanto appassionato e determinato quanto saggio, sapiente, perché il suo personale aiuto è momentaneo e non si prolunga oltre l’effettiva necessità del suo prossimo. Il Samaritano organizza l’aiuto del suo prossimo investendo perfino delle risorse economiche private, ma organizzandolo in modo tale da non prolungare oltre l’indispensabile il suo personale intervento. L’aiuto che il Samaritano offre al suo prossimo colpito dai briganti che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto è un aiuto che nasce dall’amore, è guidato dall’amore, è organizzato dall’amore che sviluppa amore, vissuto con amore, perché è un aiuto secondo il cuore di Dio, un aiuto tempestivo, appropriato, momentaneo.
L’aiuto al prossimo che non è tempestivo è un aiuto che non nasce dalla commozione e dall’amore per l’uomo, ma dalla legge, dal dovere, dalla burocrazia, è un aiuto distratto, compromesso dall’inizio. L’aiuto al prossimo che non è appropriato è un aiuto che non nasce dalla commozione e dall’amore per l’uomo, ma è generato dall’opportunismo, dal moralismo, dal galateo, dall’ipocrisia, dall’amor di facciata, dalla sete di voti nelle campagne elettorali. L’aiuto al prossimo che non è momentaneo è un aiuto che non nasce dalla commozione e dall’amore per l’uomo, ma è generato dal desiderio di dominio, di controllo, dal calcolo, nasce per creare dipendenza, creare profitto, mantenere il prossimo nella non autosufficienza. L’aiuto al prossimo che non è tempestivo, appropriato, momentaneo è un aiuto che degenera necessariamente in assistenzialismo, assistenzialismo che diventa il tradimento dell’amore, il tormento della carità, perché si sostituisce all’individuo, alla sua libertà, dignità e autonomia.
È attraverso l’allucinazione dell’assistenzialismo che i popoli ricchi stanno colonizzando, schiavizzando e rendendo sempre più dipendenti e meno autosufficienti i popoli più poveri. Può un popolo, per quanto ricco e potente, entrare in forze e in massa entro i confini di una nazione, se non è stato invitato, senza scatenare una guerra? No. E allora come fanno i popoli ricchi e potenti a creare le condizioni per poter entrare nei confini di altre nazioni, non solo indisturbati, ma attesi, desiderati e osannati come salvatori generosi e indefessi difensori della giustizia? I popoli ricchi devono prima di tutto, in modo sotterraneo e non appariscente, creare in una nazione le condizioni per un conflitto, e per questo basta riempire di denaro il delirio di qualche militare esaltato e di potere l’ego psicotico di qualche politico senza scrupoli, in modo che si rendano disponibili a sobillare odio e violenza tra fazioni, tribù, etnie, gruppi appartenenti a ideologie o religioni diverse. Una volta scatenato il conflitto, i popoli ricchi si schierano arbitrariamente da una parte o dall’altra degli schieramenti, per rendere florido il mercato delle armi e di tutto ciò che è indispensabile per mantenere una guerra. Poi, quando la nazione prescelta è immersa nel sangue e non restano che macerie, miseria, fame, sete, feriti, orfani, in una terra desostanziata nell’anima, perché bruciante d’odio e desolata per la migrazione di milioni di profughi, allora alla luce del sole, preceduti dalle trombe mediatiche e da alluvioni d’inchiostro, i rappresentanti dei popoli ricchi entrano indisturbati nei confini di quelle nazioni devastate, per portare coperte, riso e bende, tra gli applausi di tutti. Quando sotto la bandiera dell’assistenzialismo i popoli ricchi riescono ad entrare entro i confini di un popolo non lo mollano più, si radicano tra le pieghe di quella terra e inizia la colonizzazione, prima attraverso il fervore della ricostruzione, poi attraverso l’amorevole e paterno sostegno a riorganizzare le istituzioni politiche, secondo l’anima della più illuminata democrazia. Quando poi il terreno sociale è stato purificato e reso disponibile alla riorganizzazione, arrivano le multinazionali a saccheggiare risorse, a ristabilire nuovi equilibri economici con nuovi partner commerciali.
Quello che Gesù rivela rispetto al tipo di aiuto che l’uomo deve offrire al suo prossimo nel momento del bisogno, cioè un aiuto tempestivo, appropriato, momentaneo, è certamente impopolare e, per un verso, può sembrare quasi non completamente rispettoso dell’uomo, soprattutto nel momento del bisogno, ma è esattamente come Dio desidera che l’uomo si comporti con i suoi fratelli quando sono in difficoltà. Solo l’uomo che ama il Signore suo Dio con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua forza e con tutta la sua mente, è in grado di amare il suo prossimo come se stesso, cioè di amarlo nel rispetto profondo della dignità, della libertà personale, nel rispetto dell’autosufficienza, dell’autonomia individuale, senza scivolare nelle acque torbide dell’assistenzialismo che genera solo senso di inferiorità, dipendenza, sottomissione, subordinazione. 

Vangelo di Luca 10,25-37

In quel tempo, 25 un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?» 27 Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28 Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
29
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?» 30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» 37 Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».