Questa sezione presenta quotidianamente il Vangelo del Giorno accompagnato da una riflessione, insieme all'antifona e al Salmo corrispondente, che in alcuni particolari periodi dell’anno liturgico potranno essere musicati e cantati. Ogni giorno potrai vivere la Parola, leggerne il commento e scaricare tutto in formato PDF dalla sezione sinistra del sito.

Sabato 2 Settembre 2023

21a settimana del Tempo Ordinario

Parola del giorno
Prima lettera ai Tessalonicési 4,9-11; Salmo 97,1.7-9; Vangelo di Matteo 25,14-30

Salmo 97,1.7-9

Il Signore viene a giudicare i popoli con rettitudine.

1 Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

7 Risuoni il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.
8
I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne.

9 Davanti al Signore che viene a giudicare la terra:
giudicherà il mondo con giustizia
e i popoli con rettitudine.

Vangelo di Matteo 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 14 «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito 16 colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
20 Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 21 “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
22 Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. 23 “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
24 Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25 Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
26 Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30 E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Se non servi, non servi

L’uomo che parte per un viaggio è Dio, il Signore di tutte le cose. I servi ai quali affida i suoi beni sono gli uomini. I talenti, una moneta del tempo di Gesù, sono i doni che il Signore ha posto in ogni persona per il bene di tutti e di tutto il sistema. Cinque, due e uno sono i numeri che rappresentano la distribuzione dei doni in ogni persona, secondo le capacità di ciascuno. Per capacità di ciascuno s’intende proprio la misura della capienza recettiva di ciascuno, capacità recettiva che viene sempre riempita in modo sovrabbondante dal Signore della vita. Il Signore della vita non può donare ricchezze più di quelle che ciascuno riesce a contenere e a portare, e nemmeno può non ricolmare fino all’orlo la misura di ciascuno. I talenti sono le abilità, le attitudini, le facoltà, il potenziale, le possibilità, la levatura, le risorse, il genio, la disposizione, l’inclinazione della persona. Ritenere che, nella distribuzione dei beni a ciascuno dei suoi figli, il Signore della vita abbia commesso degli errori o delle ingiustizie è perversamente stupido. Sarebbe come ritenere ingiusta ed erronea la potenzialità della tartaruga rispetto a quella del giaguaro o della libellula rispetto alla goccia d’acqua o di una galassia rispetto all’atomo di una cellula. Ogni persona è arricchita e riempita fino all’orlo delle ricchezze a lei proprie e sono queste divine ricchezze che determinano, in modo assoluto, la genuina autenticità, il fascino originario, la regale nobiltà, l’esclusiva originalità, l’inedita irripetibilità della persona umana. Guadagnare altri talenti significa usare i doni della vita per servire la vita, per arricchire la vita nella moltiplicazione e condivisione del vero benessere e della vera ricchezza, nel rispetto dell’ecosistema delle risorse terrene e della qualità e della dignità di ciascuno. Guadagnare altri talenti è fruttificare i propri doni per il proprio benessere e per il benessere di tutti. Il guadagno, apportato alla vita dalla moltiplicazione dei doni, non considera se è la moltiplicazione dei cinque o dei due talenti: comunque è guadagno pieno, è guadagno totale, misura sovrabbondante. Servo buono e fedele è l’uomo e la donna che vivono e interpretano la vita e i doni, a loro offerti dal Signore di tutte le cose, come un servizio al benessere di tutta l’umanità. Il servo malvagio e pigro è colui che, prima di tutto, ha trascorso la vita a pensare male del Signore della vita e a interpretare male le sue opere e la sua volontà, infatti dice: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso, affermando di aver sempre percepito Dio come un essere segnato da una radicata e paranoica durezza personale, durezza avversa che copre un cuore dedito all’ingiustizia più profonda come dimensione costituzionale della sua stessa divinità. Il servo malvagio e pigro è colui che riconsegna al Signore della vita il dono della vita e i doni per la vita come a una divinità avversa, incontentabile, capricciosa e lunatica. Riconsegna al Signore l’unico talento, reso muto dalla paura, reso inutile dalla malvagia pigrizia, reso infruttuoso dalla miseria interiore e dalla sfiducia in se stesso, che è la più alta forma d’arrogante superbia. Dubitare della potenzialità dei propri doni, rinchiudersi dentro una falsa timidezza, nascondersi dietro la depressione e la tristezza è un’azione di arrogante presunzione, perché è pensare male di Dio, della sua lussureggiante abbondanza e sempre perfetta gentilezza e amore nei nostri confronti. Il cuore di questo pensare male di Dio è percepirsi sempre ingiustamente trattati, perdenti, incapaci, sfortunati, inferiori come se il Signore della vita con noi avesse proprio sbagliato tutto. È pura, violenta arroganza del servo malvagio e pigro, e non può che generare paura, paura, paura e sempre paura, che poi si tramuta in fastidio, rabbia, sfida, rivolta, ira furibonda. Ecco perché nel grande disegno divino a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha, perché se non sei a servizio dell’umanità con tutti i tuoi doni, non sei utile a nessuno, sei nella miseria e moltiplichi miseria e non servi. Se non servi, non servi.