Domenica 3 Novembre 2019

31a del Tempo Ordinario – Anno C

Parola del giorno
Sapienza 11,22 - 12,2; Salmo 144,1-2.8-11.13c-14; Seconda lettera ai Tessalonicési 1,11 - 2,2; Vangelo di Luca 19,1-10

Salmo 144,1-2.8-11.13-14

Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

1 O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
2
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

8 Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
9
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

10 Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
11
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

13 Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
14
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.

Vangelo di Luca 19,1-10

In quel tempo, 1 Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, 2 quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, 3 cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
5
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6 Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!»
8
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
9
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. 10 Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Sicomòro

Figlio di Nun, nasce in Egitto al tempo della schiavitù degli ebrei: prima che Mosè gli cambi il nome, Giosuè si chiama Osea. Giosuè partecipa all’uscita dall’Egitto degli ebrei e, sotto il comando di Mosè, si distingue per le sue capacità di stratega e comandante militare: Giosuè è colui che assiste e accompagna Mosè per un tratto nella salita al monte Sinai. Dopo aver errato con il popolo per quarant’anni nel deserto, poco prima di morire sulla riva orientale del Giordano, Mosè designa Giosuè, come suo successore, e, come primo incarico, gli indica di attraversare il fiume Giordano e di condurre il popolo alla conquista della terra di Canaan.
Come, al tempo di Mosè, il Mar Rosso, percepito dal popolo come un impedimento invalicabile sulla via della salvezza, come segno di sciagura inevitabile, si rivela invece, nella potenza di Dio, la via privilegiata per procedere verso la liberazione, così è il fiume Giordano al tempo di Giosuè. Quello che sembra essere lo sbarramento inaspettato e insuperabile davanti a un popolo sfinito da 40 anni di deserto, in realtà è il passaggio che si apre verso la sponda di un mondo nuovo, per una vita nuova.
A poca distanza, subito dopo il Giordano, ecco un altro ostacolo lungo il cammino che conduce alla terra promessa: una città. Una città incredibilmente fortificata, segno di opulenza, forza, ricchezza, capacità organizzative d’eccezione: Gèrico. Gèrico, già 9000 anni prima di Gesù, è una città dalla struttura esterna, architettonica e civile, meticolosamente pianificata, costituita da organizzazioni di controllo dei compiti e di distribuzione delle mansioni estremamente precise, città che ha scelto come forma principale di sostentamento l’agricoltura. La città di Gèrico è conosciuta come uno degli insediamenti umani fortificati più antichi d’oriente.
Ai tempi di Mosè, Gèrico è una città fortificata, una vera e propria fortezza. Munita di una possente cinta di fortificazione costruita in pietra, la linea di fortificazione è rinforzata all’esterno con un fossato e, all’interno, con la costruzione di un torrione di pietra. Nel racconto biblico, Gèrico, la città fortezza che si frappone tra il popolo d’Israele e il suo cammino verso la terra promessa, rappresenta simbolicamente le arroganti costruzioni mentali, il modo presuntuoso dell’uomo di porsi in rivolta e in sfida con Dio. Gèrico rappresenta la fortezza mentale che l’uomo ha eretto in se stesso attraverso i pensieri velenosi del giudizio e del giudicare, per difendersi da Dio, nell’istante in cui ha percepito e ritenuto Dio il suo nemico. Fortezza mentale che l’uomo ha costruito dentro di sé per difendersi da Dio, edificata con le pietre del giudizio e con i mattoni del pensare male di Dio. Fortezza da demolire, come Dio ha insegnato al popolo di Israele a fare, usando le vibrazioni del suono del corno suonato in onore del Signore, e con le vibrazioni del canto dei salmi.
La battaglia contro Gèrico – la prima città conquistata da Israele sotto il comando di Giosuè – avviene circa nel 1405 a.C., e segna simbolicamente l’inizio della demolizione del regno di Satana che, fin dal suo primo esordio nel giardino dell’Eden, ha costruito tutte le sue fortezze sul pianeta terra e nel cuore dei popoli sulla pietra del giudizio e con il cemento del giudicare.
Gèrico, chiamata anche la città delle palme, si trova a circa 16 chilometri a nord-ovest da dove il fiume Giordano si immette nel mar Morto e a 27 chilometri a est di Gerusalemme, vicina a una fonte e a un’oasi. È la città vicino alla quale il profeta Elia viene rapito in cielo, è l’ultima città terrena che Gesù attraversa nel suo ultimo viaggio prima di arrivare a Gerusalemme.  
A Gèrico Gesù incontra Zacchèo, che il testo descrive come capo dei pubblicani e ricco.
Al tempo di Gesù i pubblicani sono considerati una categoria di persone senza alcuna possibilità di salvarsi e redimersi, si riteneva che neppure Dio potesse fare qualcosa per loro. Sono ebrei che, in nome e per l’impero romano, diventano esattori che estorcono tasse, imposte, tributi, pedaggi al popolo ebreo. Organizzati con un capo e dei subalterni, sottraggono alla gente sempre di più di quello che l’impero impone, per tenerselo per sé e arricchirsi, per questo operano accompagnati e protetti da guardie armate romane. Secondo il modo comune di pensare di questo tempo storico, sono persone che non possono conoscere in alcun caso la redenzione, perché hanno scelto di stare dalla parte degli invasori, approfittando per proprio tornaconto personale dell’invasione dei romani, e così di estorcere denaro al popolo in nome del potere. Come le prostitute anche loro non sono considerati unicamente dei peccatori, ma persone perdute, vendute al potere, vendute al male, irrimediabilmente maledette. I pubblicani stessi vivono se stessi come maledetti e irrimediabilmente perduti e, per questo, sono assolutamente spregiudicati, senza regole da rispettare, proprio perché già condannati. Se ne infischiano del sabato, se la ridono delle leggi morali, della religione, della dottrina e del culto, non si curano per nulla dei precetti e dei regolamenti, delle buone maniere, tanto per loro nessuno sforzo morale può portare a redenzione e salvezza. I pubblicani sono profondamente odiati dal popolo, ritenuti maledetti da Dio, oggetto di scherno e disprezzo da parte di tutti, soprattutto da parte dei farisei, degli scribi, dei dirigenti religiosi del popolo, da parte di coloro che, ritenendosi figli di Abramo per diritto divino e giusti davanti a Dio, hanno identificato se stessi con i giudicanti.
Gesù entra in Gèrico, la città fortezza che rappresenta l’indistruttibile fortezza del giudizio della mente, mente che si arrocca e si cristallizza nel suo giudicare e nel suo pensare male di Dio, di sé, degli altri e della vita. Gesù entra nella Gèrico dei giudicanti per incontrare Zacchèo, un pubblicano, un uomo, si pensa, ritenuto maledetto da Dio. Gesù entra in Gèrico per completare quello che Giosuè ha iniziato: demolire le roccaforti del giudicare umano, che sono la causa di tutto il dolore e il male del mondo, per predisporre l’umanità a entrare nella terra promessa, la terra intellettuale e spirituale dove l’uomo, per amore e con amore, si astiene da ogni forma di giudizio, di condanna, di pensare male nei confronti di Dio, di se stesso e degli altri.
Zacchèo cerca di vedere Gesù ma non ci riesce a causa della folla, perché è piccolo di statura. Zacchèo sa che è potente e ricco, ma sa che è potente per la violenza delle sue azioni e ricco perché ladro e predatore. Zacchèo sa che è piccolo di statura, e non solo di statura fisica, si sente piccolo agli occhi della gente e agli occhi di Dio. Zacchèo comprende che la sua statura intellettuale e spirituale è così minima che non gli sarebbe mai stato possibile vedere Gesù, il Maestro, più vicino di così. Ma la voglia di vedere Gesù è più forte di tutto e corre, corre avanti, per poterlo vedere. Non lo ferma la confusione dei pensieri del suo cuore, non lo fermano gli spintoni violenti sulle costole, gli sguardi di disprezzo negli occhi di tutti, le urla di biasimo della gente che riempiono le orecchie, la polvere della strada che riempie gli occhi, e arriva al Sicomòro al fianco della strada, e vi sale sopra, il Signore sarebbe passato di là. Zacchèo trasforma il Sicomòro in una meravigliosa scala per staccarsi dal passato, dalla bolgia di una vita deforme e salire in alto, salire in cielo per incontrare lo sguardo di Gesù. Zacchèo trasfigura il Sicomòro in un tempio, il luogo dove il Signore può incontrare l’uomo e dove l’uomo può incontrare il suo Signore. Zacchèo usa il Sicomòro per elevarsi sopra la vergognosa sensazione di se stesso, sopra le chiacchiere dei moralisti, dei benpensanti, dei giudicanti, per incontrare lo sguardo di colui che mai giudica e condanna. Zacchèo usa il Sicomòro per compiere una cosa che più grande di così non c’è sotto il cielo: usa il Sicomòro per vedere Dio, se stesso, gli altri, la vita con gli occhi di Gesù.
Zacchèo abbraccia il Sicomòro per non cadere mai più giù nell’abisso della devastazione e della tristezza e il Sicomòro abbraccia e accoglie tra i suoi rami Zacchèo perché lo sguardo del Signore si posi su quel piccolo grande uomo. Zacchèo e il Sicomòro si abbracciano, preludio dell’abbraccio che Zacchèo vivrà con il suo Signore poco dopo nella sua casa.
Quando Gesù giunge sul luogo, alza lo sguardo. È un momento di intensità cosmica, assoluta, Gesù incontra lo sguardo di Zacchèo e Zacchèo incontra lo sguardo di Gesù e ora Zacchèo vede Dio, se stesso, gli altri, la vita con gli occhi di Gesù, e immediatamente dice: Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto. La metànoia, il mutamento interiore, è incontrare lo sguardo di Gesù, solo così l’uomo può iniziare a guardare tutto con gli occhi di Gesù. Zacchèo e il Sicomòro hanno fatto bene la loro parte. Gesù lo guarda e dice qualcosa di incredibile: Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. Zacchèo corre avanti per precedere Gesù, ma in realtà è stato Gesù a precedere Zacchèo, Gesù aveva già deciso di fermarsi in quella casa, ma, senza la corsa di Zacchèo e l’abbraccio del Sicomòro, forse l’incontro non sarebbe mai accaduto.
Zacchèo scende subito, e accoglie il Signore nella sua casa senza domande, dubbi, richieste, argomentazioni, ma con il cuore pieno di gioia. In realtà il cuore di Zacchèo è già pieno di Dio, perché dove c’è gioia piena c’è Dio e dove c’è Dio c’è gioia piena.
E i giudicanti? Zacchèo è affascinato da Gesù e fa di tutto per vederlo, i giudicanti non provano alcun fascino per Gesù, anzi, sono lì e lo seguono per trovare qualcosa di cui accusarlo pubblicamente e poterlo eliminare con il consenso della legge. Zacchèo sa che è piccolo dentro e fuori ma non rinuncia a vedere Gesù, i giudicanti sono convinti di essere grandi e perfetti davanti a Dio e sono sicuri, nelle loro anime oscure e nelle loro menti cieche, di non dover vedere null’altro che ciò di cui sono convinti. I giudicanti sono assolutamente convinti di non dover imparare a guardare con gli occhi di Gesù.
Zacchèo è pieno di gioia perché Gesù entra nella sua casa, i giudicanti per lo stesso motivo sono pieni di indignazione, sdegno e fastidio. La città dei giudicanti, tutta la città dei giudicanti ribolle di livore e rabbia, il testo evangelico è terribilmente chiaro, dice infatti tutti mormoravano. I giudicanti non apprezzano Zacchèo, non apprezzano Gesù, non apprezzano il gesto di Zacchèo, non apprezzano il gesto di Gesù. I giudicanti, arroccati nella fortezza della loro arrogante presunzione, giudicano, deplorano, sentenziano e condannano senza sosta. Lo sguardo dei giudicanti è sempre, perennemente, immancabilmente uno sguardo inquisitore. Uno sguardo che, adoperandosi senza sosta in nome di Dio e della giustizia, della legge e della morale, non conoscerà mai la gioia e non conoscerà mai Dio, perché Dio è gioia. Per questo motivo i giudicanti provano un profondissimo, invincibile, irrefrenabile fastidio per la gioia di Zacchèo.
Lasciando fuori il mormorio mentale, fetido e tossico dei giudicanti, Gesù e Zacchèo entrano in casa e si godono l’incontro e la fragranza di un’unità che era perduta e ora è stata ritrovata. Sicomòro e casa di Zacchèo si trasformano in nuovi tempi, non istituzionali né istituzionalizzabili, luoghi di vita e di salvezza, dove l’uomo si riconnette all’amore di Dio e si ricentra in se stesso come figlio di Dio e figlio di una nuova umanità, umanità rinata dai figli di Abramo. I giudicanti, cultori del razionalismo e delle argomentazioni, che sono immancabilmente al servizio del potere religioso e politico, sono certi di essere figli di Dio per brevetto creativo, esclusivo, assoluto, ma non entreranno nella città di Dio. I giudicanti sono certi di essere figli di Abramo per diritto acquisito, riservato, personale, ma in realtà non saranno riconosciuti come figli di Abramo, quando busseranno alle porte della città del cielo. I giudicanti sono certi di essere già salvi per diritto di prelazione, per diritto di precedenza, ma in realtà, arroccati come sono nella città del giudizio, Gèrico, città dei cuori di pietra, non potranno far parte della città dell’amore, la città della gioia di Dio.

Umanità, quando il Signore passerà nuovamente lungo le tue strade,
non pensare, non discutere, non giudicare, non argomentare, non mormorare,
canta, canta, canta a Colui che viene nel nome del Signore e corri avanti per vederlo.
Umanità, quando il Signore passerà nuovamente lungo le tue strade,
non arroccarti nelle città dei potenti, perché andranno in pezzi, una pietra sull’altra,
non rinchiuderti tra le colonne dei templi, perché sono già invasi
dalla presenza di colui che viene per devastare e distruggere,
ma cercati un Sicomòro, un luogo e un popolo di amore e conoscenza, che ti elevi un po’,
quel tanto che basta per non farti travolgere dal giudizio dei giudicanti.
Umanità, quando il Signore passerà nuovamente lungo le tue strade,
per quanto affaticata, lacera, oppressa, stanca e ferita,
con gratitudine infinita e gioia immensa fatti trovare tra le braccia di quel Sicomòro,
e lì incontrerai lo sguardo del Signore e così potrai guardare tutto con i suoi occhi.
Allora la tua gioia sarà piena, il tuo canto pienamente amante, la tua pace senza fine.

Questa sezione presenta quotidianamente il Vangelo del Giorno accompagnato da una riflessione, insieme all'antifona e al Salmo corrispondente, che in alcuni particolari periodi dell’anno liturgico potranno essere musicati e cantati. Ogni giorno potrai vivere la Parola, leggerne il commento e scaricare tutto in formato PDF dalla sezione sinistra del sito.