Venerdì 28 Giugno 2019

Sacratissimo Cuore di Gesù – Anno C

Parola del giorno
Ezechièle 34,11-16; Salmo 22,1-6; Lettera ai Romani 5,5-11; Vangelo di Luca 15,3-7

Il Signore è il mio pastore

Salmo 22,1-6

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

1 Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
2 Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
3 Rinfranca l'anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
4 Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

5 Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

6 Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

Vangelo di Luca 15,3-7

In quel tempo, 3 Gesù disse ai farisei a agli scribi questa parabola:
4 «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?
5
Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
7
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».

Sulle spalle

La conta delle pecore si fa quando cala la sera, alla fine della giornata, quando le pecore entrano nel recinto. Questa sera i conti non tornano. Ne manca una. Il pastore molla tutto, e parte alla ricerca della pecora che non c’è e la trova, perché il pastore sa esattamente dove cercarla. Chi è la pecora perduta che il pastore cerca con tanto impegno e passione? Cos’ha di così prezioso questa pecora perduta, che fa compiere al pastore una cosa tanto illogica quanto sconveniente, cioè lasciare 99 pecore per cercarne una? Perché il pastore intraprende così urgentemente la sua ricerca? Il testo greco, in realtà, non definisce la pecora mancante come smarrita o perduta, ma come nullificata-distrutta-sterminata. Il verbo che descrive l’una, quella perduta, è il verbo apòllymi, “distruggo, stermino, mando in perdizione, rovino; riduco al nulla, consumo, anniento”. Non si tratta semplicemente di morire, perire, perdersi, smarrirsi ma, più letteralmente, di scomparire nel nulla, essere vanificati, annullati, sterminati, distrutti. Il pastore non va in cerca dell’una, perché si è perduta e smarrita, ma perché quella pecora, lontana dal pastore, è una pecora nullificata-distrutta-sterminata. L’uomo, che si allontana da Dio, non è solo un uomo perduto e smarrito, ma è un uomo nullificato-distrutto-sterminato, e questo il Pastore lo sa, lo sa molto bene. L’umanità che si allontana da Dio non è solo un’umanità smarrita e sperduta, ma un’umanità nullificata-distrutta-sterminata, pronta solo a diventare schiava dei poteri forti del mondo, vittima delle fauci degli aguzzini, carne da macello per i signori della guerra, cibo per la pancia del Maligno.
Ecco perché il Pastore intraprende con tutta la sua forza, con tutta la sua passione, con tutto il suo amore le azioni per salvare e sanare la sua pecorella.
Prima di tutto, segue la sua pecora, il verbo greco è porèuomai, “mi reco, mi porto da un luogo a un altro, percorro, vado verso, cammino, marcio, procedo, attraverso”. Indica il viaggiare, l’andare sulla propria strada; comporta lo spostamento in luoghi diversi attraverso lunghe distanze. Il Pastore segue la sua pecora e sa dove trovarla, perché lontano dal Pastore c’è un solo posto dove le pecore possono precipitare, l’abisso di Satana. È nell’abisso di Satana che le pecore vengono nullificate-distrutte-sterminate.
Il Pastore trova sempre le sue pecore. Il verbo greco è eurìsko – dalla radice indoeuropea ueur, “trovare” – significa “trovo, reperisco, ottengo, conseguo, incontro”. Indica il ritrovamento dopo una lunga ricerca, è ciò che si incontra dopo uno spostamento, è ottenere ciò che già ci apparteneva. Il Pastore non smette mai di seguire le sue pecore, mai, e sempre le trova perché da sempre gli appartengono.
Una volta trovata la sua pecora, il Pastore la carica sulle spalle, in greco epitìthemi tòus osmòus. Il verbo epitìthemi è formato da epì, “su, sopra”, unito a tìthemi, “colloco, stabilisco, consacro, offro, faccio, do, metto al sicuro, deposito; dispongo, stabilisco, indico, rendo”. Indica lo stabilire, il porre, il fissare. Il Pastore si carica sulle spalle la pecora trovata, perché, per la pecora, non c’è posto più sicuro in tutto il creato che le spalle del Pastore.
Quando il Pastore ha la sua pecora sulle spalle, ha la sua pecora perfettamente al sicuro sulle sue spalle, allora si riempie di gioia e si rallegra. Tutte queste azioni intraprese dal Pastore si compiono nella gioia, gioia espressa con il verbo chàiro, “mi rallegro, gioisco, sono onorato di grande gioia, mi compiaccio, godo”, dal tema chàire, “gioia, onore”, chàire indica la gioia perfetta, la contentezza colma, il piacere massimo, la pace profonda di ogni benessere. Il Pastore non va in cerca delle sue pecore nullificate-distrutte-sterminate per dovere, obbligo, responsabilità, ma per amore della gioia, per la gioia dell’amore. Il Pastore si riempie di gioia per la gioia dei suoi figli. Il cielo stesso si riempie di gioia in nome della gioia di chi si lascia trovare e riportare a casa sulle spalle del Pastore. Dice il testo: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. È in nome della gioia che il Pastore compie tutto ciò che compie per le sue pecore, una gioia che deve assolutamente risplendere, essere condivisa e moltiplicata ovunque, ecco perché il Pastore torna a casa e condivide la gioia con amici e vicini: rallegratevi con me. Il verbo greco è sugchàiro, formato da syg/syn, “con, insieme”, unito al verbo chàiro.
Ma il Pastore può caricarsi sulle spalle una pecora che non vuole essere trovata, sanata e salvata? Assolutamente no. Satana agisce a dispetto della libertà dell’uomo, ma il Pastore supremo rispetta la libertà dell’uomo e non può nemmeno salvare un uomo, se quell’uomo non lo vuole e non lo desidera. E allora? A quale condizione il Pastore può caricarsi sulle spalle suo figlio, l’uomo, nel totale rispetto della sua dignità e della sua libertà? La condizione intellettuale e spirituale dell’uomo, che rende possibile l’intervento salvifico del Pastore, è espressa in greco con il termine metanoèo, che significa “cambio mente, muto opinione, muto pensiero, mentalità” – dove il verbo noèo significa “percepisco, intendo, comprendo, capisco” (denominativo di nòus, “mente, comprensione, intelligenza, modo di sentire, di intendere, di giudicare, intenzione, desiderio, scopo”), e metà indica “inversamente”.
L’uomo che decide, o almeno desidera con tutto il cuore cambiare il proprio dialogo interiore, proteso all’invidia, alla vanità, all’avidità, e sostituirlo con la gratitudine, l’umiltà, il dono di se stesso, è pronto a essere portato in spalle dal Pastore. L’uomo che decide o almeno desidera con tutto il cuore sostituire il proprio dialogo interiore, proteso al dominio, al possesso, allo spadroneggiare, alla supremazia, con la compassione, la misericordia, il perdono, è pronto a essere portato sulle spalle dal Pastore.
Se l’umanità non desidera con tutto il suo cuore la metànoia, l’inversione del proprio modo di pensare, non può uscire dall’abisso, dalla voragine in cui, istante dopo istante, il Maligno la sta nullificando-distruggendo-sterminando.

Questa sezione presenta quotidianamente il Vangelo del Giorno accompagnato da una riflessione, insieme all'antifona e al Salmo corrispondente, che in alcuni particolari periodi dell’anno liturgico potranno essere musicati e cantati. Ogni giorno potrai vivere la Parola, leggerne il commento e scaricare tutto in formato PDF dalla sezione sinistra del sito.