Moneta d’oro ... Questa parabola

Moneta d’oro

Questa parabola svela delle informazioni estremamente importanti per quanto riguarda la vita dell’uomo su questa terra e la vita dell’uomo nella vita celeste.
Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare.
Gesù rivela che dopo la sua crocifissione e risurrezione lascerà materialmente questa terra per tornare nel suo cielo (paese lontano), e avvisa l’umanità che un giorno tornerà, non più come un bambino in fasce, ma come re glorioso, per raccogliere i frutti di amore e di gioia dell’umanità.
Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro.
Ogni uomo che nasce sulla terra è diversamente e divinamente provvisto e fornito, per il benessere proprio e di tutti, di doni, possibilità, doti, beni e ricchezze di altissima qualità, pregio e valore. Così come esprime il testo della parabola, nessun uomo nasce sprovvisto della moneta d’oro, cioè delle capacità e risorse offerte da Dio per il vantaggio e il benessere di ciascuno e di tutti. Il Signore della vita ama distribuire e offrire all’uomo la sua ricchezza, perché ama la felicità e la gioia dell’uomo più di ogni altra cosa, e mai, mai il Signore della vita ha a che fare con la miseria, l’indigenza, la povertà, l’inerzia, l’inedia, la scarsità. L’uomo che dubita di aver ricevuto dalle mani del Signore della vita la propria preziosissima moneta d’oro, è come se maledicesse Dio. Dubitare di se stessi e delle proprie ricchezze interiori è il modo più comune per l’uomo di pensare male di Dio, di tradire se stessi e l’umanità. L’uomo che dubita di aver ricevuto dalle mani del Signore della vita la propria preziosissima moneta d’oro, rinnega la propria divina essenza, si sconnette da se stesso, entra in competizione con gli altri e vive ogni cosa della vita come se fosse minacciato da qualcuno e da qualcosa, e per questo in conflitto con tutto. L’uomo che dubita di aver ricevuto dalle mani del Signore della vita la propria preziosissima moneta d’oro, dovrà occultare la bellezza delle proprie possibilità intellettuali e spirituali, la nobiltà dei doni a lui offerti da Dio, e vivere solo attraverso l’ambizione, la vanità e l’invidia. L’uomo che dubita di aver ricevuto dalle mani del Signore della vita la propria preziosissima moneta d’oro, si sente così vuoto e inutile che è costretto a vivere tutto attraverso il processo di imitazione e contraffazione delle idee, dei pensieri, delle scelte e delle azioni degli altri. L’uomo che dubita di aver ricevuto dalle mani del Signore della vita la propria preziosissima moneta d’oro, passerà la vita a subire e a temere il giudizio altrui e tutto quello che uscirà dalla sua mente, dal suo cuore e dalle sue mani sarà per non deludere gli altri.  Fatele fruttare fino al mio ritorno.
L’indicazione è semplice, potente, chiara, inequivocabile. La moneta d’oro, le ricchezze, offerte all’uomo da Dio, durante questa vita terrena, sono ricchezze da moltiplicare, è un capitale iniziale da far fruttare al massimo, in tutti i modi e con tutte le forze, per il benessere di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Lo scopo della vita su questa terra è moltiplicare la moneta d’oro, moltiplicare la bellezza, l’armonia, il benessere, la pace, la salute, la creatività, e tutto questo per moltiplicare la gioia e la felicità dell’umanità. L’indicazione del Signore della vita, fatele fruttare fino al mio ritorno, rivela chiaramente che il compito di moltiplicare le monete d’oro, le ricchezze personali, non ha lo scopo di procurare gloria e successo all’uomo, di farlo crescere nella presunzione di sé, nell’arroganza, nell’orgoglio, nella superbia, nell’autocompiacimento, nella sete di dominio e nel potere, ma quello di predisporlo all’incontro con il Signore della vita, quando tornerà sulla terra a raccogliere i frutti del capitale di vita offerto all’uomo. Far fruttare la moneta, moltiplicare il capitale spirituale, intellettuale, sotto forma di benessere e gioia per l’umanità, è l’unico modo per predisporsi efficacemente all’incontro con il Signore della vita.
Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi.
Con questa frase della parabola Gesù spiega come gli uomini della terra di questa generazione non accetteranno Gesù e la sua proposta, non accetteranno di essere guidati da lui, il Re dei re, ma preferiranno essere soggiogati e schiavizzati da un altro re impostore, il principe di questo mondo, Satana. Il testo evangelico, poche righe prima, precisa: perché era vicino a Gerusalemme, specificando con queste parole che Gesù è ormai vicino allo scontro con il centro operativo del potere religioso e politico del suo tempo, uno scontro che provocherà la sua uccisione in croce.
Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Che l’uomo lo accetti o no come il Signore e Re della vita, Gesù è comunque il Signore della vita e il Re dei multiversi e un giorno, al termine di questa generazione, chiamerà i suoi servi cui ha consegnato la moneta d’oro, per sapere quanto ciascuno sarà riuscito a guadagnare e trasformare le proprie potenzialità e ricchezze interiori in gioia e benessere per tutti
Si presentò il primo e disse: Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci.Gli disse: Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città.
Il primo servo riconsegna al Signore della vita la moneta iniziale più altre dieci, dimostrando di aver speso la propria vita portando frutti e moltiplicando la ricchezza con un tasso di crescita molto elevato, un tasso di crescita di dieci. Il Signore della vita definisce il servo, che ha fatto fruttare la propria moneta con tasso di crescita dieci, come buono, definizione che sorprendentemente non ha nulla a che fare con il mondo della morale e della legge. Secondo il testo evangelico l’uomo buono, il servo buono, non è colui che compie azioni buone per corrispondere a una morale, alla legge, a una dottrina, ma è colui che è capace di portare frutto, di moltiplicare i doni, di portare a termine il proprio compito nell’eccellenza, è l’uomo capace di un alto coefficiente di crescita nel moltiplicare i doni della vita per il benessere di ciascuno e di tutti. Secondo la terminologia evangelica Gesù non usa quasi mai il termine buono per riferirsi a un comportamento moralmente corretto, coerente a dei principi, ma a un modo di fare efficace, funzionante, capace, che realizza in pienezza i doni di Dio. In questo senso nel modo di dire comune si dice “buono a nulla”, non nel senso di cattivo, ma con il significato di capace di fare nulla. La bontà del servo, secondo le parole della parabola, è tutta nella sua capacità di far fruttare le ricchezze della propria persona per il benessere dell’umanità. Il padrone, nel racconto della parabola, definisce il primo servo non solo buono ma anche fedele. La fedeltà del servo, secondo le parole della parabola, è tutta nell’intraprendenza, nell’astuzia, nella capacità imprenditoriale, nella fattività di quel servo. Secondo Gesù, l’uomo fedele è dunque colui che è fedele a se stesso, alle ricchezze che Dio ha seminato nel suo cuore. Secondo Gesù l’uomo fedele è colui che non solo è inesorabile nell’impegno di moltiplicare i propri doni, ma anche che sa unire al proprio impegno il genio, l’ingegno, la creatività, l’intelligenza per far fruttare la moneta d’oro che il Signore della vita ha donato a ciascuno degli uomini. Secondo Gesù, l’uomo fedele non è colui che non sbaglia, che non fa errori, ma è colui che, senza fermarsi sui fallimenti, senza guardare in faccia nessuno, senza seguire le aspettative altrui, senza cercare di compiacere qualcuno, senza cercare plauso, approvazione, riconoscimenti, riconoscenza, lavora umilmente e con gioia nell’eccellenza per realizzare il proprio compito: moltiplicare la sua moneta d’oro per il bene di tutto l’uomo e per il benessere di tutti gli uomini. Secondo Gesù, solo colui che nell’esperienza terrena moltiplica le proprie ricchezze interiori per il benessere di tutti è il servo buono e fedele, il servo che è degno e capace di avere importanti responsabilità e autorità nella vita senza fine della città celeste.
Poi si presentò il secondo e disse: Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque. Anche a questo disse: Tu pure sarai a capo di cinque città.
Anche il secondo servo che riesce a moltiplicare la sua moneta d’oro con un coefficiente di crescita cinque è considerato un servo buono e fedele, servo che può ricevere importanti responsabilità e autorità nella vita senza fine.
Venne poi anche un altro e disse: Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato.
Davanti al padrone si presenta anche il servo che non fa fruttare per niente la moneta d’oro, il servo che il padrone definisce malvagio. Il servo che, per sua stessa dichiarazione, ha trascorso la vita non solo a nascondere la sua moneta sotto il fazzoletto dell’inedia, dell’inerzia, della noia, della pigrizia, della noncuranza, dell’indolenza, della malavoglia e dell’accidia, ma anche a pensare ignobilmente male, a giudicare aspramente, a disprezzare irragionevolmente il Signore della vita. Il servo malvagio che ha preferito rispondere all’invito del Signore della vita con paura e non amore.
Gli rispose: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato:perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi.
Davanti al padrone si presenta anche il servo che il padrone definisce malvagio, perché è l’uomo che ha usato la propria intelligenza e le proprie capacità razionali per pensare male del Signore della vita, e non per far fruttare la propria divina moneta, almeno usando l’accortezza, l’abilità, l’astuzia, l’impegno più elementari.  
Disse poi ai presenti: Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci. Gli risposero: Signore, ne ha già dieci! Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me.
Il padrone fa togliere la moneta d’oro al servo malvagio per darla a colui che ne ha dieci, perché in tutto ciò che vive nei multicosmi deve essere rispettata una delle leggi dominanti della vita: a chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. Il servo non ha fatto fruttare la sua divina moneta per se stesso, per il benessere di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, non ha operato per la felicità e la gioia, non per incapacità, per mancanza di doni, possibilità, doti, beni e ricchezze di altissima qualità, pregio e valore, ma per scelta, per una scelta precisa, generata dal pensare male del Signore della vita e dei suoi progetti. Il servo malvagio ha deliberatamente preferito pensare male del Signore della vita e dei propri doni individuali piuttosto che pensare con amore al Signore della vita, e con gratitudine e gioia ai propri doni per metterli a frutto, e, per questo, non può possedere più nulla, assolutamente più nulla, nemmeno la moneta d’oro che il Signore della vita fornisce a tutti gli uomini e a tutte le donne della terra. Solo ai non intelligenti, la legge dominante: a chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha suona come una legge ingiusta e scorretta, così come queste sembrano parole ingiuste e scorrette ai non intelligenti che rispondono: Signore, ne ha già dieci al padrone che chiede ai presenti di togliere la moneta d’oro al servo malvagio e darla a colui che ne ha dieci.   
Secondo il racconto evangelico lo scopo della vita è far fruttificare la moneta d’oro, i doni individuali che il Signore della vita ha donato a tutti i suoi figli, per vivere felici e in pace nella vita terrena e così predisporsi nella ricchezza, nel benessere, nella gioia, nella pace della vita senza fine nella luce di Dio. 

Vangelo di Luca 19,11-28

In quel tempo, Gesù 11 disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
12
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. 13 Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. 14 Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. 15 Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
16
Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. 17 Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
18
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. 19 Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
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Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; 21 avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. 22 Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: 23 perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi”. 24 Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. 25 Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!” 26 “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. 27 E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
28
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.